«Camminare insieme ai migranti, alle scuole e a tutta la comunità significa seminare dignità, incontro e impatto sociale, un passo alla volta, perché una città più accogliente si costruisce insieme»
Da oltre trentacinque anni Popoli Insieme cammina accanto alle persone migranti e rifugiate che arrivano a Padova. L’associazione nasce alla fine del 1990 dall’intuizione di un gruppo di giovani universitari, di ritorno da una missione in Burkina Faso insieme al padre gesuita Benvenuto Mendeni: persone che hanno scelto di mettersi in ascolto dei bisogni di chi era più ai margini e di camminare al loro fianco. Da allora il passo non si è più fermato.
Camminare, per Popoli Insieme, significa prima di tutto accogliere e accompagnare. Già nei primi anni nasce un centro di accoglienza notturno, oggi attivo all’Arcella, e nel tempo l’associazione arriva a sostenere soprattutto persone con protezione internazionale.
Accogliere, però, non vuol dire solo offrire un letto, un tetto o un pasto: vuol dire creare relazione, condividere identità e culture, e camminare insieme verso l’autonomia, offrendo a ciascuno gli strumenti per costruire la propria vita. Per questo l’associazione cammina anche condividendo i momenti di festa, dalla fine del Ramadan al Natale.
Questo cammino affonda le radici nel Jesuit Refugee Service, la rete internazionale dei Gesuiti per i rifugiati, di cui Popoli Insieme fa parte dal 2001 attraverso il Centro Astalli. Il motto del JRS “Accompagnare, servire, difendere” dice in tre parole ciò che significa camminare insieme: stare accanto alle persone, rispondere ai loro bisogni concreti e dare voce a chi fatica a farsi sentire. Pur nascendo da questa matrice, l’associazione è laica e apartitica: non chiede alcuna confessione religiosa né appartenenza politica a soci, dipendenti, volontari o beneficiari. È proprio questa scelta a renderla pienamente accogliente e inclusiva, senza alcuna preclusione, capace di camminare insieme a chiunque, nel rispetto della ricchezza culturale di tutti. Il percorso, inoltre, non si ferma alle porte delle case. Con il progetto Finestre, Popoli Insieme cammina insieme agli studenti e alle studentesse delle scuole del territorio: attraverso la testimonianza diretta di una persona rifugiata, ragazzi e ragazze possono affacciarsi sul mondo, avvicinarsi ai temi della migrazione forzata e del diritto d’asilo, e ricevere chiavi di lettura realistiche e umane che contrastano la cultura del giudizio e del timore di chi appare diverso.
E infine c’è il cammino con la cittadinanza. Con il corso Attraversamenti, giunto alla 22esima edizione, ogni anno l’associazione cammina al fianco di chi sceglie di formarsi sul fenomeno delle migrazioni e di mettersi in gioco come volontario o volontaria.
Il percorso dell’edizione 2026 è narrato qui:
https://www.popolinsieme.eu/formazione/attraversamenti-2026-stare-nella-complessita-insieme/.
Sono proprio i volontari e le volontarie a rendere possibile questo cammino condiviso. Camminare insieme ai migranti, alle scuole e a tutta la comunità significa seminare dignità, incontro e impatto sociale, un passo alla volta, perché una città più accogliente si costruisce insieme. Continuare a camminare con Popoli Insieme possiamo farlo anche con l’ascolto, c’è il podcast dell’associazione, proposto dai volontari: https://t.me/ipodcastdipopolinsieme
I volontari oltre alla riunione mensile, si trovano per varie attività nei progetti proposti agli ospiti accolti. «Oggi seguiamo un centinaio di migranti – afferma Saverio Tosato, membro del direttivo – e abbiamo anche la gestione di 12 appartamenti; mettiamo in campo la prima e la seconda accoglienza e progetti di inclusione perché chi arriva sia in grado di sganciarsi e diventare un cittadino autonomo. Siamo convinti che per creare una comunità più accogliente sia fondamentale coinvolgere chi ne fa parte e la rende viva. Per questo organizziamo eventi, iniziative e momenti di formazione per sensibilizzare la cittadinanza e favorire l’incontro, il dialogo interculturale e la conoscenza reciproca. L’inclusione è un processo collettivo: il futuro è già qui e lo stiamo costruendo insieme, giorno dopo giorno.»
Verso una vita migliore
I lunghi e dolorosi passi di Seydou,
uno dei tanti migranti seguiti da Popoli Insieme nel suo cammino di speranza
dal Senegal all’Italia
Seydou nasce in Senegal, nelle campagne fuori la capitale Dakar.
A soli otto anni rimane orfano e viene affidato allo zio. Per due anni cresce in una bella casa alle periferie della capitale come un fratello in mezzo ai suoi cugini. Un tempo spensierato che viene interrotto dall’ennesimo dramma: lo zio perde il lavoro e non riesce più ad occuparsi del sostentamento di Seydou. Lo zio intravvede la possibilità di mandarlo a Dakar in una madrassa, la scuola coranica: «Così il ragazzo impara anche le leggi del Profeta» gli dice Yousuf, un conoscente che aveva il contatto giusto per proporlo al marabutto. I marabutti in Senegal sono dei sacerdoti: mescolano la tradizione islamica alle credenze popolari e animiste e sono un riferimento per la comunità. Attorno a loro c’è una scuola coranica, gruppi di persone che vengono ad ascoltarne le prediche alle funzioni del venerdì, ma c’è anche chi si rivolge a loro per qualche problema medico o economico sperando di essere aiutato.
Il marabutto di questa storia è Ali ed è proprio Yousuf a consegnargli Seydou. È un giorno molto caldo e il viaggio dalla casa dello zio è stato lungo e silenzioso, dentro a un vecchio bus stipato di gente: donne che trasportano galline, altre con due o tre figli e i loro prodotti per il mercato. Seydou è colpito dal grande traffico: il bus rimane imbottigliato per due ore in uno stradone affollato di macchine, motorini e clacson. Non sa ancora che quel posto gli sarebbe presto diventato molto familiare. Seydou infatti è appena diventato un talibé: “talib” in arabo significa studente.
I talibé a Dakar sono ragazzi molto giovani che, armati delle loro mani vuote, girano in mezzo al traffico per racimolare qualche moneta.
Anche Seydou, ora che è alle dipendenze di Ali, dovrà chiedere elemosina per guadagnarsi la sua ciotola giornaliera di riso. Seydou ben presto capisce che, se non sei bravo, Ali poteva anche alzare il bastone. E poi ci sono i ragazzi più grandi che magari con un paio di pugni prendono i tuoi due franchi guadagnati con tanta pazienza. Seydou si fa furbo, si coalizza con qualche amico, comincia anche a inventarsi qualche lavoretto. Con qualche soldino compra delle bibite e poi le rivende agli autisti stufi di aspettare al semaforo. Non è mai abbastanza per mettere da parte qualcosa, ma a 14 anni, dopo quattro anni di strada e di madrassa, Seydou e un paio di suoi amici trovano un’occasione per un lavoro in fabbrica. Ci si rimette in salute perché si sta tutto il giorno a contatto con i fumi dei macchinari e la paga non è affatto alta, ma almeno i soldi arrivavano sempre e puntuali. Un giorno un amico rimane impigliato in uno di quegli ingranaggi e perde un braccio, perché i soccorsi tardano ad arrivare. Dopo qualche giorno di ospedale, Seydou lo va a trovare per l’ultima volta ed è la sua fortuna. In punto di morte, l’amico, rimasto solo, gli affida tutti i suoi averi.
Il giorno seguente, dopo aver recuperato i soldi, Seydou capisce che può permettersi il sogno di raggiungere in Francia suo cugino. Una settimana dopo è in viaggio su un camion che avrebbe attraversato il Mali per arrivare in Niger. I posti di blocco diventano via via più paurosi: i miliziani chiedono sempre più soldi per varcare il confine e le violenze aumentano. Ad Agadez, capitale del Niger, è necessario attendere tre orribili mesi prima di trovare il giusto modo
per superare il deserto verso la Libia. Si vive stipati in uno stanzone, di giorno ci si arrangia, come si può, per sopravvivere.
Seydou ricorda poco quel periodo: i brutti ricordi di quei giorni si offuscano perché poi pensa subito a ricordi peggiori vissuti in un altro stanzone, quello nel campo di concentramento in Libia. Una volta superato il confine, un gruppo armato fino ai denti sequestra, infatti, il camion su cui viaggiavano in cento persone. A tutti viene tolto il cellulare, qualcuno viene torturato a morte, qualcun altro muore di stenti perché si mangia poco e male.
Chi resiste, può però sperare nelle selezioni. Ciclicamente, infatti, un mafioso armato di kalashnikov entra con qualche ricco libico, che ha bisogno di lavoratori a giornata: è l’opportunità per ingraziarsi uno di loro, le altre sono rischiose possibilità di fuga. Seydou sceglie questa seconda opzione: tra mille peripezie finisce nei dintorni di Bengasi e per un anno si arrangia tra scontri armati, lavoretti, giornate vuote e giornate piene di rischi. Prima di montare sulla nave giusta, Seydou prova quattro volte la traversata: due volte i libici sparano e li riportano a riva, la terza volta la nave rischia di affondare e nella quarta il ragazzo ci rimette talmente tanti soldi che ci vogliono sei mesi prima di provare a ripartire.
Ora Seydou è a Catania: è appena sbarcato. La Guardia Costiera Italiana li ha messi in fila, ma lui non sa perché. Seydou è contento. Sa che in Italia non sarà affatto semplice, ma la Francia è sempre più vicina!
Redazione di Popoli Insieme
Questo articolo è parte della rivista “Oreundici“, numero di luglio/agosto 2026, che si può leggere integramente qui → Oreundici


